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Il rosso e il nero sulla strada del ricordo di Chiara Squarcione "Mi siedo proprio lì, a quel tavolo che è in un cono d’ombra perfetto: visuale da platea di teatro. Perché di teatro, di palcoscenico, di luci e suoni qui dentro ce n’è tantissimo. E la storia è bella, coinvolgente..."
Fastidio metafisico d’un lettore che si scopre… “miserabile” di Federica Buongiorno “…E’ cambiato qualcosa in noi o nei personaggi nel corso di queste sessanta pagine? Esiste una risposta a queste domande che non sia sempre ancora turbamento e paralisi? E da dove partire per cercare le risposte?”
L’intensità folle di un legame che va oltre l’amore di Silvia Roscioni “…Un sentimento, a volte, odiato nella profondità per la sua grande, troppa, insistente intima purezza, un sentimento che porta alla follia, che si riflette in ogni cosa, anche in una farfalla che, tra le pagine di un vecchio libro,vola via…”
di Vincenzo Falli “…Già dalle prime righe del suo romanzo ci si trova proiettati nella storia, sembra di essere in quel vecchio bar, seduti ad un tavolo d’angolo, spettatori tra quelle quattro mura che nascondono abilmente i segreti dei loro frequentatori”
di Roberto Barone Lumaga "Il ritmo veloce, una volontà di potenza quasi nietzschiana nello scrivere, sapere che non vi è spazialità nè tempo in quel BAR DEI MALEDETTI"
La compensazione, l’incontro, il tempo interiore di Costantino Vetere “Metamorfosi è stata una lettura che mi ha estraniato da ciò che mi circondava e mi ha messo in stretto contatto con quel tempo interiore del quale molti parlano…”
Una moderna tragedia di stampo antico di Franco Bianco "Bello. Bello e ben scritto (...) le epigrafi come il coro che assiste ed introduce all'intrecciarsi ed allo svelarsi di personaggi fatti ricordi pensieri sensazioni emozioni disperazioni"
di Alessandro Poggiani "Un libro dalle tinte cupe e grigie insieme, che potrebbe mandarci col pensiero ad autori della letteratura, Kafka, Pirandello, alle atmosfere del cinema noir, ma che ha, invece un qualcosa del tutto personale che si distacca da tutto questo".
Il rosso e il nero sulla strada del ricordo
di Chiara Squarcione
Non ho nessuna voglia di parlare del “libro”. Non ho intenzione di dilungarmi su questioni come il ritmo, lo stile, le metafore, l’intreccio in se'. Ci hanno pensato altri, e meglio di quanto potrei fare io, questo è certo. Dunque voglio parlare di me, del mio punto di vista. Sono un’egocentrica istrionica, lo sono davvero, e dunque non posso che saziare questa voglia di compiacere il mio ego. Un’ora per leggere queste pagine, che mi hanno assorbita, ripetendo il miracolo. Per la seconda volta nella mia vita mi ritrovo a percorrere quelle strade, tra quel sudiciume. Riconosco il muretto dei “miserabili”, passo proprio accanto al cigolante cancelletto, mi giro e spingo anche io la porta del bar. Certo, la mia immagine non è conturbante come quella di Jean. Anzi, piuttosto anonima, come quella di ogni spettatore che si rispetti. Mi siedo proprio lì, a quel tavolo che è in un cono d’ombra perfetto: visuale da platea di teatro. Perché di teatro, di palcoscenico, di luci e suoni qui dentro ce n’è tantissimo. Ricomincia la giostra. E la storia è bella, coinvolgente, come lo era un anno fa. E’ bella da sempre, forse anche da prima, mi verrebbe da dire ammiccando. Ma ripeto, sto parlando di me: faccio l’elogio delle mie emozioni e vi dirò che io questa “creaturina” l’ho vista venire al mondo. Ho avuto inconsapevolmente modo di assistere ad alcuni eventi che sono stati determinati per questa storia, l’ho vista nascere e crescere. La sensazione è quella di essere come una vecchia zia che assiste al parto della sua nipotina, e passa con lei i primi mesi determinanti, quando è piena di una vitalità giocosa ed esplosiva, che non guarda in faccia a nessuno. Poi, dopo averla persa di vista, la ritrova. E la rivive, rendendosi conto che è cresciuta, è più “levigata”, più attenta anche per certi versi a determinati particolari, ma che in fondo è rimasta la stessa. Ed è questo che la rende imprevedibile, che è disarmante. No, no. Non è una contraddizione, è veramente così. Pensateci. Vi aspettereste di trovarla cambiata, e invece eccola lì, uguale, eppure formalmente maturata, più acuta ed ammiccante, ed anche più coraggiosa. Perché ormai la “storia”, quella che sta dietro, quella oltre, quella calda, bollente, è stata raccontata: chi doveva leggere ha letto, chi doveva recepire ha recepito. Ora possono accedere gli altri. Ora le parole possono uscire dal tempio aperto solo a pochi eletti, un tempio dorato, lucido, dove perdersi è facilissimo, perché le strade sono quelle del ricordo, del rancoroso “non detto”, dei gesti mancati e di quelli colpevolmente ripetuti perché cercati. E non vi sembra dunque che proprio in una dimensione così nebulosa si muovano i personaggi(?!) di Metamorfosi? Le porte ora sono spalancate, tutti possono entrare e tentare di cogliere quell’essenza alla quale il tempo ha concesso però il privilegio di nascondersi, o malcelarsi. Ora lettori attenti e meno attenti, quelli più acuti e quelli invece che non vogliono leggere oltre, possono arrischiarsi. E te li ritrovi lì. Maledetto, scanzonato, ironico, quasi cattivo, Jack, perso dietro a pensieri che emanano un odore pericolosamente rancido; nera, lucente, arrogante, eppure (o proprio per questo) innamorata, Jean; fastidiosa, dinoccolata, ma inevitabile, Katy; penoso, complessato, ma in fondo un buono (o presunto tale), Frankie; spettro non del tutto innocuo, una miccia spenta malamente, Melissa; una scheggia impazzita, che non può che essere tale perché frutto di quel grembo, Thomas. Mi scuso, ho fatto l’errore di cadere nella catalogazione che implica la definizione, che in quanto tale svilisce, fa perdere quel groviglio di sfumature che sono fondamentali, al contrario, per poter leggere questa storia. Perché sebbene il nero sia prediletto, le sfumature del rosso, qui, sono imprescindibili.
Fastidio metafisico d’un lettore che si scopre… “miserabile” di Federica Buongiorno
In Madame Bovary Flaubert scrive: “Non bisogna mai toccare gli idoli, se non si vuole che la doratura ci resti sulle mani”. L’impressione è che i personaggi di Metamorfosi non abbiano (mai) saputo resistere alla tentazione di toccare gli idoli: si sono compromessi, contaminati, sporcati con quella doratura sin dall’inizio e forse da sempre. Tutto il racconto è attraversato da questa compromissione, da questo batterio che si riproduce continuamente nello squallore del bar di Frankie, nel sudore delle membra accalorate dalle emozioni, nella promiscuità persino incestuosa dei corpi, nelle geometrie ambigue e trasversali del loro incontrarsi, scontrarsi, attraversarsi… L’elemento che colpisce, l’elemento che disturba in questo racconto è proprio lo spettacolo del banale marcire di misere esistenze trascinantisi in una quotidianità stanca e fossilizzata nel suo squallore, pietrificata (particolarmente nel caso di Jack) tra le quattro mura di un bar di periferia. Ci disturba la prossimità, l’ordinarietà di queste vite desolate, così comuni, così visibili ovunque intorno a noi ogni giorno; ci turba il fatto stesso di essere turbati dal leggere, dal sapere di queste vite, come se ciò colpisse il nervo scoperto di un latente senso di colpa per un modo d’essere che (forse) non è il nostro, che sdegnosamente e con orrore rifiutiamo per noi e che quotidianamente ci lasciamo scivolare addosso quando lo incrociamo nelle esistenze altrui e quasi ci compiacciamo di non essere anche noi “così”. Così come? Così miserabili: “noi, miserabili”. Ciò che non vorremmo essere mai, che ci pare la più chiara e intollerabile negazione della nostra dignità, del nostro orgoglio, e che invece i personaggi di Metamorfosi sembrano accettare quasi docilmente per se stessi, quasi fosse il loro elemento, un vestito comodo benché logoro: anche questo ci disturba. Ci infastidisce lo stato larvale di questi personaggi, il loro letargo: quando sulla scena irrompe Jean è come se una grande sveglia avesse suonato per tutti loro, eppure lo svolgersi del racconto non ci offrirà alcun riscatto, alcun innalzamento del tono esistenziale; piuttosto ci suggerirà che se quella sveglia non avesse mai suonato, se tutti avessero continuato a dormire, se insomma non ci fosse stato “racconto”, sarebbe forse stato meglio. Chiudiamo il libro senza aver smesso di sentirci turbati ed essendolo ancora, ormai coinvolti nel mezzo di una vicenda che resta irrisolta e frustrante per il nostro desiderio narcisistico di definizione, di comprensione: a che vale il nostro turbamento? E’ cambiato qualcosa in noi o nei personaggi nel corso di queste sessanta pagine? Esiste una risposta a queste domande che non sia sempre ancora turbamento e paralisi? E da dove partire per cercare le risposte? Perché qui non c’è un punto d’inizio o un punto d’arrivo: i personaggi si tendono la mano reciprocamente e la mantengono ben serrata per tutto il racconto, anzi sono già co-implicati da qualcosa che è avvenuto prima e che ci viene progressivamente spiegato nel corso della narrazione e, benché letargici, benché statici in se stessi, essi costituiscono un circolo claustrofobico che non precipita mai in un risultato calmo, per dirla parafrasando Hegel. O forse si? La loro tensione è tale che quel circolo viene sempre più stringendosi e riducendosi, fino a condensarsi in un solo, unico punto già da sempre imploso: quel “noi, miserabili” che è il comune denominatore dei sei personaggi. Non è facile districarsi in questo groviglio di staticità e movimento, di tensione e rilascio continui: nessun personaggio può stare da solo o è in grado di spiegarsi da sé, di bastarsi, di auto-fondarsi. Il cerchio non si spezza mai e noi siamo semplicemente rinviati di punto in punto lungo un percorso senza fine e senza riposo in cui situazioni, caratteri e avvenimenti sono troppo sfumati, troppo “smerigliati”, troppo onirici per consentirci un’individuazione certa, una sicura attribuzione di colpe e responsabilità. Potremmo prendercela con Frankie, in fondo è lui a mettere in moto la macchina mostruosa di reazioni a catena che porta all’annientamento reciproco dei personaggi, annientamento che poi non è altro che la riaffermazione tautologica della loro miseria costitutiva, dalla quale in realtà non sono mai usciti; ma non ci sentiamo meglio prendendocela con Frankie e in realtà nemmeno accusando di tutto il male qualche altro personaggio. Alla fine ci scopriamo a pensare che doveva andare così, chiaramente, sin dall’inizio. Forse il lettore [leggi io!!] avrebbe voluto uno scavo più approfondito, più focalizzato dei personaggi, che invece sono lasciati programmaticamente abbozzati: certo l’intreccio avrebbe consentito l’emergere di caratteri suggestivi pur nell’ordinarietà della loro situazione di vita e l’unico “neo” della narrazione è proprio il poco stacco sussistente tra i personaggi e il loro sfondo, che per essere meglio definito avrebbe necessitato di una forma narrativa più estesa rispetto al racconto lungo. Ma questo “difetto” viene meno nel capitolo IV, che pone al centro Katie e Thomas, in cui la costruzione del dialogo, il tratteggio della situazione, l’atmosfera di assoluta benché sfumata “normalità” riescono a definire in pochissime pagine i caratteri dei due personaggi; in questo capitolo il tono della narrazione s’impenna all’improvviso, pur restando paradossalmente sotto-tono, pur narrando con secchezza qualcosa di fondamentalmente immediato e semplice come l’incontro carnale dei due ragazzi. Eppure neanche qui usciamo dal circolo vizioso (nel senso letterale dell’aggettivo) nel quale i personaggi sono coinvolti e compromessi: possiamo ancora dire “noi, miserabili”, anzi lo sottoscriveremmo se solo potessimo cambiare quel “noi” così fastidioso per la nostra suscettibilità di lettori che si sentono chiamati in un gioco addirittura perverso del quale accetteremmo al massimo di essere spettatori, trasformando quel “noi” in un rassicurante, compiaciuto “voi”. Quasi che la storia non riguardasse veramente noi che la leggiamo, mentre ci riguarda eccome: ci riguarda nella misura in cui ci mette di fronte ad uno stato di cose, non invitandoci a partecipare allo svolgimento di una vicenda ma dicendoci semplicemente “le cose stanno così”. Questa storia esige passività pur nella viva attività della lettura, ci contraddice e ci pone nel mezzo della nostra intima contraddizione di lettori; forse la domanda è se riusciamo mai a staccarci veramente da quel muretto, da quel “noi, miserabili” che interdice tutti sin dall’inizio e che è davvero un “noi”, per quante resistenze possiamo opporvi come lettori: lo è perché noi che leggiamo siamo interdetti, i personaggi sono interdetti, il giudizio è interdetto. Nessuno si pronuncia definitivamente e alla fine non possiamo farlo nemmeno noi che ce lo aspetteremmo, noi lettori: chiudiamo il libro e non abbiamo nulla da dire, poiché tutto manifestamente doveva andare così. Nulla da dire eccetto, forse, quel “noi, miserabili”; forse è a questa speranza che vale il nostro turbamento: alla fine, anche se miserabili, possiamo ancora dire “noi”.
L’intensità folle di un legame che va oltre l’amore.
di Silvia Roscioni
Tutto è cominciato per curiosità; per curiosità ho comprato il libro, per curiosità l’ho aperto e per curiosità ho cominciato a sfogliarlo fino all’ultima pagina… Curiosità portata dal fatto che l’aveva scritto proprio Claudia, che comunque in linea di massima ho saputo subito cosa contenevano queste righe anche perché, in un certo senso, viste nascere. Appena l’ho letto, due ore scarse, avevo già mille domande da farle, infatti il giorno dopo siamo rimaste un’ora al telefono… Il racconto scorre più o meno velocemente, tra scene chiare e limpide e subito dopo scene confuse e articolate… Gli intrecci (chiari ma allo stesso tempo complessi) sono stati gestiti molto bene (brava!). A mio avviso Claudia ha tenuto ben tesi i lacci che tenevano quei “pupazzi”, tanto da poterli far muovere con disinvoltura a suo piacimento… Fortunatamente ho colto il centro di questo tuo racconto (me ne ha dato la conferma lei parlando) e, nonostante avessi trovato delle difficoltà (relative ovviamente) a seguire i vari intrecci, sono arrivata con tranquillità alla fine di questa “metamorfosi”. La parte più profonda del racconto non è, per me, quella leggibile tra le righe, ma quella che il lettore può intuire, al di là del lato immaginabile. Cerco di spiegarmi… Credo che leggendo, ognuno di noi, nella propria testa, si crei delle scene, ambienti i personaggi in quel bar di periferia, immagini la scollatura di Jean, il pancione di Katy, lo sguardo di Jack e il bancone di Frankie, ma la profondità del racconto non è qui. Non è nelle varie storie, nei vari intrecci che si creano tanto da indurre il lettore a pensare che ci siano relazioni tra padre e figlia o tradimenti con persone di cui non se ne conosce il legame affettivo, ma è da tutt’altra parte. La profondità per me è nel legame intenso tra Jack e Jean, un legame non descritto dettagliatamente come tutto il resto del racconto ma un legame alimentato da una metafora continua…Una metafora accessibile a tutti perché soggettiva, così sottile che non può essere definita e neanche immaginata. I due protagonisti, a volte messi in secondo piano da ciò che accade intorno a loro, riescono comunque a mantenere in primo piano quel filo sottile ma allo stesso tempo resistente che li unisce nonostante il tempo abbia, in un certo senso, messo alla prova la loro resistenza. Un amore che va oltre l’amore, un legame che non può essere imprigionato neanche dalla parola “amore”, un legame che si sente, quasi come se uscisse fuori dal libro e pretendesse di essere capito o almeno percepito. Per questo la parte del racconto che mi ha colpito di più è stata quella in cui fai una citazione tratta dal Diario del seduttore di Kierkegaard: “Vedo bene che tu mio non sei mai stato…eppure io ti chiamo mio, mio seduttore, mio ingannatore, mio nemico, fonte della mia sventura, tomba delle mie gioie…”e segue dicendo: “Fuggi dove vuoi, io sono per sempre tua… ritirati ai confini del mondo… ama delle altre donne… io sono tua, tua fino alla morte...” È in queste parole che potrei racchiudere tutto, che si potrebbe racchiudere tutto. Un sentimento che va oltre tutto, oltre la realtà dei fatti, oltre il mondo che circonda i personaggi e oltre ciò che realmente appartiene loro, un sentimento che c’è, punto. Un sentimento, a volte, odiato nella profondità per la sua grande, troppa, insistente intima purezza, un sentimento che porta alla follia, che si riflette in ogni cosa, anche in una farfalla che, tra le pagine di un vecchio libro, vola via tanto in alto da scomparire nella stessa profondità di questo grande sentimento continuando comunque a vivere per sempre, nonostante tutto, nonostante la bugiarda evidenza.
di Vincenzo Falli
Non ho
mai scritto un commento ad un libro, forse perché non ho mai conosciuto nessun
autore, ora per caso mi sono imbattuto in Claudia Catalli e per curiosità ho
letto il suo libro “Metamorfosi”.
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