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Se siete approdati in questa web page in cerca di una qualche descrizione, o di dettagli, notizie su trama personaggi e quant’altro… beh, mi dispiace. Qui non ci sarà nulla di tutto ciò. Credo che i libri parlino da soli, che si presentino meglio di qualunque introduzione possibile. Per questo “Metamorfosi” non ha al suo interno vero capitolo introduttivo, neanche uno. Semplicemente non inizia. E certo non finisce. Ma questa è l’unica particolarità che è sfuggita via dalla mia penna in un istante di distrazione; d’altronde ci metterei troppa goffaggine e troppo sforzo per riacciuffarla e il risultato sarebbe una formale piatta finta artificiosità, quindi ve la lascio qui, in questa sospensione spontanea di detto-non detto.

  Posso raccontarvi, invece, che cosa è stato, per me, questo libro. Ebbene, serve una sola parola stavolta: un parto. Ci sono voluti nove mesi per crearlo, nove stranissimi mesi. Ma solo di fatto, in realtà c’è voluto molto ma molto meno. Perché io non sono una di quegli scrittori che scrive “quando ha tempo” o, peggio, “a tempo perso”. Andiamo, non c’è un tempo per la scrittura. Proprio non esiste - pensiero banale che può estendersi a tutte quelle attività artistiche a cui talvolta ci dedichiamo, profondamente convinti di ritagliarci delle ore dalla nostra preziosa esistenza apposta per occuparci di loro. Ma è solo un’ effimera illusione: io non volevo scrivere “Metamorfosi”, non avevo alcuna intenzione di raccontare quella storia, e non sapevo che l’avrei fatto neanche quando i personaggi scivolarono silenziosi lungo il pennino della mia stilografica. Io stavo solo scarabocchiando parole su un block notes trascurato alle tre di notte/mattina, come spesso mi capita. E d’un tratto tutte quelle lettere colanti si sono animate, hanno iniziato ad appassionarmi e poi pian piano a convincermi a tratteggiare i loro contorni, a dare loro sempre più carne, voce, vita. Sono ben consapevole che questa mia piccola confessione potrebbe suonare surreale-fantasiosa-costruita-dellaSerieMaChiCeCrede, ma non posso non testimoniare la sensazione anormale da cui è nato questo mio libro, un momento unico ed irripetibile.

Ma io vi ho detto nove mesi. Ebbene, in realtà sono stati nove attimi, nove flash della mia vita diluiti in una manciata di pagine: mi aveva stordito così tanto provare quella straordinaria scossa d’ispirazione che mi portava a scrivere di getto e senza pause un intreccio di storie di cui non riuscivo ad immaginare ogni volta neanche il capitolo successivo, che avevo deciso di non continuare finché non fossi di nuovo ripiombata in quello stato. Ed è successo nove volte, in mesi diversi. A volte due in un mese, altre nessuna. Fatto sta che da lì sorse il primissimo vagito di “Metamorfosi”, quel nucleo essenziale che mi toccò a tal punto da abbandonarlo lì, una volta concluso. Avevo paura di riprenderlo in mano e riscoprirlo difettoso, ingenuo, debole. E lasciai che i granelli di sabbia seguitassero la loro lenta caduta nella clessidra paziente, giorno dopo giorno, finché non capii all’improvviso che rientrare nel bar di Frankie, in fondo, m’avrebbe fatto bene: solo tornando lì e soffiando sulla polvere marcia del bancone potevo uscirne davvero.

Forse.  

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